Come bisogna accogliere il nuovo iPhone 6s (specie quello rosa)

Dice Massimo Mantellini in Le macchine volanti:

« “ Dove sono le macchine volanti? Ci avevate promesso le macchine volanti, dove sono le macchine volanti? 

Utilizzo spesso questa frase perché non conosco miglior sintesi del senso di attesa e frustrazione che la tecnologia è in grado di trasmetterci. Grandi promesse, enormi aspettative ma anche, molto spesso, delusioni altrettanto forti: un senso di sconfitta che vorremmo imputare ad altri ma che invece è solo una delle regole del gioco»

Ecco, penso che sia esattamente questo lo stato d’animo con cui dobbiamo tutti accogliere l’iPhone 6s. Specie quello rosa.

iPhone 6s rosa

(da: http://media.fyre.co/rVLVJVF0SqMB3OKOU1ud_iphone26.gif)

Il target del nuovo iPhone color fior di fragola sarà costituito, dunque, da: cloni di Barbie, milf, 30enni – 40enni con il cervello di una mosca, fashion blogger (e aspiranti), deleterie fashion victim, uomini solo alla nascita, bambine viziate, meretrici, daltonici, tamarri tifosi del Palermo.

Se poi vi piace davvero, fatemelo sapere, aggiornerò subito la lista di cui sopra.

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24 ore con uno smartwatch al polso

Premessa: la mia non è assolutamente una famiglia di nerd, anzi. Parole come “browser” e “uploadare” non sono frequenti. Me esclusa. Però c’è sempre stata una certa propensione alla sperimentazione di nuove tecnologie. Un iPad ha trovato spazio e impiego in famiglia a pochi giorni dal suo lancio, ad esempio.

Le mie 24 ore con uno smartwatch al polso sono giunte con qualche mese di ritardo. Mio padre, lo scorso agosto, ne comprò uno in regalo a mia madre. Non sto parlando dell’Apple Watch, naturalmente, ma di un comunissimo “orologio intelligente” acquistato su un sito straniero per 100 € o qualcosa di più (mio padre non si è voluto sbilanciare). Dopo qualche settimana di utilizzo, mia madre lo ha riposto in un cassetto, dove è rimasto fino a sabato mattina.cosa fa uno smartwatch

Non sono particolarmente scettica verso i nuovi device o la tecnologia in generale, spesso mi viene detto l’esatto contrario, però lo smartwatch non ha sortito sin da subito il mio interesse. Sabato, spinta anche dai numerosi articoli letti in merito ai nuovi dispositivi Apple (costosissimi, naturalmente), ho deciso di vivere 24 ore con quest’affare al polso.

Non voglio tracciare panegirici sul prodotto acquistato (peraltro non da me), quindi trascurerò i dettagli tecnici in favore di una valutazione nettamente organica: a cosa serve uno smartwatch? É davvero utile? Verrà venduto solo quello Apple in virtù della forza mediatica ed esoterica dei suoi evangelist?

Uno smartwatch – che già definirlo smart mi sembra un attimo eccessivo, ma è stato fatto anche per i phone, quindi ok – è un orologio da polso (almeno nelle sembianze) con dispositivo touch molto simile allo schermo di qualsiasi apparecchio telefonico mobile assimilabile alla categoria smartphone, solo più piccolo.

In ottica wearable è forse il passo meno indolore – consentitemi – rispetto a Google Glass, anelli di fidanzamento bluetooth, caschi spaziali per la realtà aumentata e altra roba fantascientifica (tipo Oculus Rift, per intenderci). Indolore perché l’oggetto in sé ci è già familiare. Non è il caso dell’iPad, con cui è stato inventato un device – la tavoletta, la chiamava mio padre all’inizio – che prima non c’era. É più il caso dell’iPhone: un telefono – questo è – che fa anche foto, che consente di navigare, ascoltare musica, giocare, gestire una casella di posta, ecc. Un oggetto che avevamo già che improvvisamente diventa intelligente.

Ok, ma è utile? Nel giorno che ho passato con lo smartwatch al polso, mi è parso di sì. Cioè: dopo le prime ore trascorse a smanettare, impostare settaggi personalizzati, suonerie, sfondi, indice delle notifiche e altro, mi sono goduta l’esperienza dell’oggetto. Stava sul mio polso, quindi non ho avuto l’ansia del pensare “dove lo metto? se lo poso in tasca si graffia”. Nei settaggi scelti (e fra quelli disponibili, Whatsapp pare non sia contemplato dal mio modello di smartwatch) ho inserito la possibilità di ricevere le notifiche per chiamate, sms, Facebook e Twitter. Chiaro: lo smartwatch si collega al cellulare (che termine antiko!) tramite bluetooth.

Risultato: ho guardato il mio iPhone molto meno del solito. Leggere le notifiche e interagire con il sistema non mi è parso forzato. I contenuti adattati alla dimensione dello schermo hanno reso la mia esperienza naturale. Scrivere un’email, quello sì, mi sembra una pratica “eccessiva” da richiedere ad un semplice orologio, ma interagire su Twitter è comodo. Sapere chi mi sta chiamando prima ancora di estrarre il telefono dalla tasca è utile e anche comodo, specie se non mi va di rispondere e chiudo la chiamata con un semplice tap.

Se in mattinata e fino a pranzo mi sono occupata delle impostazioni e di alcune personalizzazioni e nel pomeriggio ho goduto dei vantaggi di uno “specchietto anticipatore” di notifiche e brevi interazioni sui social, la sera (e parte della nottata) mi è servita per portare il mio smartwatch fuori porta. Tra chi non avesse idea dell’esistenza di smartwatch che non fossero Apple (ma dove l’hai comprato l’orologio Apple, in Canada?) e chi si è mostrato apocalittico (a te mancava solo questo, ora hai fatto il pieno di cose inutili), in tanti hanno convenuto su una cosa: farsi i selfie direttamente dallo smartwatch è una figata, meno delle metafoto, ma sempre una figata.

Quindi mi sono convinta di una cosa: le persone (tutte, non solo gli smanettoni, quelli sono solo i primi) sperimentano (e sperimenteranno) gli smartwatch (la posso scattare io la foto? ti prego…), decideranno in seguito se usarli o abbandonarli. Nel frattempo, però, la Apple ne venderà vagonate, i competitors pure (basta che costino un po’ meno, eh) e le aziende con una vision che non sia legata all’oltretomba inventeranno nuove formule (app, sensori, roba geek) per creare contenuti e interazioni e adattarle allo schermo.

Ps. Sabato ho sempre saputo che ora fosse. SEMPRE 🙂

uso dello smartwatch