Come bisogna accogliere il nuovo iPhone 6s (specie quello rosa)

Dice Massimo Mantellini in Le macchine volanti:

« “ Dove sono le macchine volanti? Ci avevate promesso le macchine volanti, dove sono le macchine volanti? 

Utilizzo spesso questa frase perché non conosco miglior sintesi del senso di attesa e frustrazione che la tecnologia è in grado di trasmetterci. Grandi promesse, enormi aspettative ma anche, molto spesso, delusioni altrettanto forti: un senso di sconfitta che vorremmo imputare ad altri ma che invece è solo una delle regole del gioco»

Ecco, penso che sia esattamente questo lo stato d’animo con cui dobbiamo tutti accogliere l’iPhone 6s. Specie quello rosa.

iPhone 6s rosa

(da: http://media.fyre.co/rVLVJVF0SqMB3OKOU1ud_iphone26.gif)

Il target del nuovo iPhone color fior di fragola sarà costituito, dunque, da: cloni di Barbie, milf, 30enni – 40enni con il cervello di una mosca, fashion blogger (e aspiranti), deleterie fashion victim, uomini solo alla nascita, bambine viziate, meretrici, daltonici, tamarri tifosi del Palermo.

Se poi vi piace davvero, fatemelo sapere, aggiornerò subito la lista di cui sopra.

Imagination is the key

La frase di Alan Kay pronunciata durante una riunione nel 1971 al Palo Alto Research Center della Xerox (“il miglior modo per predire il futuro è inventarlo“) è diventata ormai arcinota. I social, complice anche la figura (e la biografia) di Steve Jobs, ne hanno solo aumentato la popolarità.

Un po’ meno nota ma altrettanto importante è la frase, riportata anche in molti libri di storia (e forse per questo è meno nota), di Henry Fordse avessi chiesto alle persone cosa volevano, avrebbero detto un cavallo più veloce“.

Veniamo al dunque. Pochi giorni fa al Master in Social Media Marketing, durante una lezione di Simone Tornabene, è venuto fuori un punto di vista interessante pur nella sua semplicità: ad uccidere la Nokia non è stata un’azienda di telefonia, ma un’azienda produttrice di computer (la Apple). Si parlava (Simone parlava) dei modelli di orientamento delle aziende.

Esistono aziende orientate al prodotto. È il caso delle aziende che si identificano con il prodotto che fanno, ovvero il maggior numero di aziende in Italia. Il profitto, per le aziende di quest’orientamento, è solo una conseguenza del prodotto che commercializzano.

Ci sono poi le aziende orientate al profitto, unicamente al profitto. È il caso di multinazionali che non hanno un focus di prodotto (al massimo ne hanno uno di mercato) e che vengono guidate dal profitto stesso: se oggi il profitto si fa vendendo birre, vendono birra, se domani si fa vendendo detersivi, venderanno detersivi.

Un altro tipo di aziende (al mio via gridiamo tutti: Appleee!) sono quelle di finalità o di purpose. Queste producono qualcosa (ovviamente!), ne traggono profitto (ovviamente!), ma hanno una finalità specifica come cambiare il mondo/migliorarlo/rappresentare un’alternativa/ecc (via!!!).

orientamento delle aziende

Come te nessuno mai. Tornando alla Nokia, ad Alan Kay e a Henry Ford… la forza e l’immortalità di certe intuizioni sono frutto di menti brillanti che hanno saputo inventare il futuro. Il senso del why (il perché un’azienda fa qualcosa, vende quel prodotto) delle aziende è quello che le mette al sicuro nel mercato e quindi nei cuori/nelle menti/nelle case della gente.

Inventare un bisogno (a voi serviva un tablet prima che fosse inventato?), sfruttare un bisogno (cavalli più veloci), aiutare le persone che hanno bisogno (la digital health, ad esempio, sta registrando una crescita straordinaria in tutto il mondo) sono tutti tasselli che concorrono a costruire la mission e la ragion d’essere di un’azienda, ma a rendere magica un’azienda agli occhi dei clienti è la capacità che ha (o che ha avuto) di immaginarsi nelle loro vite.

Ecco alcune mission di brand noti:

  • Ferrari – «costruire vetture sportive uniche, destinate a rappresentare, in pista come sulle strade, l’automobile italiana d’alta scuola. Simbolo di eccellenza e di sportività, Ferrari non ha bisogno di presentazioni»
  • Wal-Mart – «Dare alla gente comune la possibilità di acquistare le stesse cose dei ricchi (“To give ordinary folk the chance to buy the same thing as rich people.”
  • Walt Disney – «Rendere felici le persone (“To make people happy”)»

I social network fanno bene fanno male

Quello che è accaduto sabato scorso in Nepal è una vera catastrofe. Leggevo proprio poco fa di oltre 4500 morti rinvenuti, una conta destinata solo a crescere, con ancora tanti dispersi.

Si temono 10 mila morti, un numero terrificante. In questa tragedia, oltre a tante mobilitazioni di governi e organizzazioni umanitarie, stanno giocando un ruolo fondamentale anche i social network e la rete tutta.

Google person finder (già utilizzato nel 2010 per il terremoto di Haiti e nel 2013 durante l’attentato di Boston) è un portale in cui si possono cercare informazioni sui dispersi o aggiungere notizie sullo stato di una persona.

A proposito di mobilitazioni, Apple ha lanciato una raccolta fondi tramite iTunes e grazie a Viber, invece, le chiamate internazionali sono gratis da e per le linee nepalesi.

Facebook ha attivato la funzione Safety check: chi si trova nell’area interessata può comunicare a tutti gli amici il suo stato. Rispondendo alla domanda “Stai bene?” in automatico tutti gli amici del contatto riceveranno una notifica e saranno informati sulle sue condizioni.

Il payoff “Connecting People” della Nokia vi dice niente?

Non è certo così che i morti diminuiranno e non è certo così che le catastrofi e le sciagure saranno evitate, ma ritengo sia un modo intelligente di usufruire di enormi banche dati e della tempestività con cui si agisce in rete e sui social.

Ne ho già accennato su Twitter, ma voglio parlarne ancora. Di sapientoni con la tastiera ne è piena la rete, però, sapere che questi si annidano anche tra i miei amici di Facebook, mi infastidisce. Domenica sera ho ricevuto una notifica da un mio amico di Facebook che tramite Safety check mi ha messo al corrente delle sue condizioni.

 Safety check Facebook

Mi sono ritrovata sul News Feed questo messaggio “XXXX marked himself safe during Nepal Earthquake” (sì, ho Facebook in inglese, così gli aggiornamenti e le novità arrivano prima). Poi il perché la notifica sia arrivata in italiano non saprei spiegarlo. E non servirebbe nemmeno.

Ho beccato un cazzone tra i miei amici (sul profilo di quest’ultimo poi sono piovuti risate e apprezzamenti) e ho deciso di cancellarlo.

Critica, satira, ironia, jesuischarlie: io accetto tutto. Poi però riscopro i limiti della decenza, rifletto sulle tragedie, passo una mano sulla coscienza e l’altra sul trackpad del Mac. Da lì a ad unfriend è un attimo.

24 ore con uno smartwatch al polso

Premessa: la mia non è assolutamente una famiglia di nerd, anzi. Parole come “browser” e “uploadare” non sono frequenti. Me esclusa. Però c’è sempre stata una certa propensione alla sperimentazione di nuove tecnologie. Un iPad ha trovato spazio e impiego in famiglia a pochi giorni dal suo lancio, ad esempio.

Le mie 24 ore con uno smartwatch al polso sono giunte con qualche mese di ritardo. Mio padre, lo scorso agosto, ne comprò uno in regalo a mia madre. Non sto parlando dell’Apple Watch, naturalmente, ma di un comunissimo “orologio intelligente” acquistato su un sito straniero per 100 € o qualcosa di più (mio padre non si è voluto sbilanciare). Dopo qualche settimana di utilizzo, mia madre lo ha riposto in un cassetto, dove è rimasto fino a sabato mattina.cosa fa uno smartwatch

Non sono particolarmente scettica verso i nuovi device o la tecnologia in generale, spesso mi viene detto l’esatto contrario, però lo smartwatch non ha sortito sin da subito il mio interesse. Sabato, spinta anche dai numerosi articoli letti in merito ai nuovi dispositivi Apple (costosissimi, naturalmente), ho deciso di vivere 24 ore con quest’affare al polso.

Non voglio tracciare panegirici sul prodotto acquistato (peraltro non da me), quindi trascurerò i dettagli tecnici in favore di una valutazione nettamente organica: a cosa serve uno smartwatch? É davvero utile? Verrà venduto solo quello Apple in virtù della forza mediatica ed esoterica dei suoi evangelist?

Uno smartwatch – che già definirlo smart mi sembra un attimo eccessivo, ma è stato fatto anche per i phone, quindi ok – è un orologio da polso (almeno nelle sembianze) con dispositivo touch molto simile allo schermo di qualsiasi apparecchio telefonico mobile assimilabile alla categoria smartphone, solo più piccolo.

In ottica wearable è forse il passo meno indolore – consentitemi – rispetto a Google Glass, anelli di fidanzamento bluetooth, caschi spaziali per la realtà aumentata e altra roba fantascientifica (tipo Oculus Rift, per intenderci). Indolore perché l’oggetto in sé ci è già familiare. Non è il caso dell’iPad, con cui è stato inventato un device – la tavoletta, la chiamava mio padre all’inizio – che prima non c’era. É più il caso dell’iPhone: un telefono – questo è – che fa anche foto, che consente di navigare, ascoltare musica, giocare, gestire una casella di posta, ecc. Un oggetto che avevamo già che improvvisamente diventa intelligente.

Ok, ma è utile? Nel giorno che ho passato con lo smartwatch al polso, mi è parso di sì. Cioè: dopo le prime ore trascorse a smanettare, impostare settaggi personalizzati, suonerie, sfondi, indice delle notifiche e altro, mi sono goduta l’esperienza dell’oggetto. Stava sul mio polso, quindi non ho avuto l’ansia del pensare “dove lo metto? se lo poso in tasca si graffia”. Nei settaggi scelti (e fra quelli disponibili, Whatsapp pare non sia contemplato dal mio modello di smartwatch) ho inserito la possibilità di ricevere le notifiche per chiamate, sms, Facebook e Twitter. Chiaro: lo smartwatch si collega al cellulare (che termine antiko!) tramite bluetooth.

Risultato: ho guardato il mio iPhone molto meno del solito. Leggere le notifiche e interagire con il sistema non mi è parso forzato. I contenuti adattati alla dimensione dello schermo hanno reso la mia esperienza naturale. Scrivere un’email, quello sì, mi sembra una pratica “eccessiva” da richiedere ad un semplice orologio, ma interagire su Twitter è comodo. Sapere chi mi sta chiamando prima ancora di estrarre il telefono dalla tasca è utile e anche comodo, specie se non mi va di rispondere e chiudo la chiamata con un semplice tap.

Se in mattinata e fino a pranzo mi sono occupata delle impostazioni e di alcune personalizzazioni e nel pomeriggio ho goduto dei vantaggi di uno “specchietto anticipatore” di notifiche e brevi interazioni sui social, la sera (e parte della nottata) mi è servita per portare il mio smartwatch fuori porta. Tra chi non avesse idea dell’esistenza di smartwatch che non fossero Apple (ma dove l’hai comprato l’orologio Apple, in Canada?) e chi si è mostrato apocalittico (a te mancava solo questo, ora hai fatto il pieno di cose inutili), in tanti hanno convenuto su una cosa: farsi i selfie direttamente dallo smartwatch è una figata, meno delle metafoto, ma sempre una figata.

Quindi mi sono convinta di una cosa: le persone (tutte, non solo gli smanettoni, quelli sono solo i primi) sperimentano (e sperimenteranno) gli smartwatch (la posso scattare io la foto? ti prego…), decideranno in seguito se usarli o abbandonarli. Nel frattempo, però, la Apple ne venderà vagonate, i competitors pure (basta che costino un po’ meno, eh) e le aziende con una vision che non sia legata all’oltretomba inventeranno nuove formule (app, sensori, roba geek) per creare contenuti e interazioni e adattarle allo schermo.

Ps. Sabato ho sempre saputo che ora fosse. SEMPRE 🙂

uso dello smartwatch

Le novità del MacBook, il più “pop” che ci sia

Più portatile di così…

É uscito il nuovo MacBook da 12 pollici, presentato pochi giorni fa in diretta mondiale dallo Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco (Steve ci manchi).

MacBook Apple

Cos’ha fatto la Apple stavolta? “Racchiudere un computer full-optional nel portatile Mac più sottile e compatto di sempre“, stando a quando riportato nello stesso sito.

Cosa ha fatto veramente la Apple stavolta? A parer mio, ha semplicemente aguzzato la vista sul mercato, dando vita ad un pc costosissimo (altrimenti non sarebbe Apple), non molto performante, però sottile, leggero e con un’autonomia eccellente della batteria.

Le esigenze sono cambiate e gli acquirenti non sono più quelli di una volta. Saranno sempre disposti a comprare un’emozione, ma stavolta l’emozione deve aderire ai nuovi bisogni. Un Mac non è più quella ferraglia figa con la mela illuminata che vedevamo a casa dei cugini nerd ingegneri o demanio unico dei grafici con la bic sull’orecchio.

I Mac sono diventati molto più comuni, probabilmente più noti di un comunissimo Asus o Hp o Toshiba o qualsiasi altro di cui conosciamo la marca ma non abbiamo idea del modello o della serie.

Cpu non così performante, hard disk piccolo (256 o 512 giga), poca Ram (8 giga), un’unica porta esterna (l’USB-C). Però:

1- Il MacBook è ultrasottile, leggerissimo e senza ventole.

2- La batteria del MacBook dura un giorno intero (o 9h di navigazione, pare).

Una svolta “pop“, nel senso di popolare, più richiesta, più appetibile. Una svolta di massa per la massa stessa, visto che alcune caratteristiche tecniche, che in passato nessuno si sarebbe sognato di eliminare o diminuire, sono venute meno in favore di leggerezza, dimensione e autonomia.


Conclusioni personali: tanto, in fin dei conti, siam tutti lì ad aggiornare Facebook, mica a creare robe vettoriali in Flash. Poi il perché della versione in oro non so ancora spiegarmelo (Steve ci manchi).

La foto l’ho presa da qui.