Esiste un modo per svecchiare i siti di informazione?

Mi annoio e mi esalto, in rete. Trovo sempre nuovi spunti, articoli how to che spiegano più o meno bene più o meno tutto.

don draper

Su Youtube trastullo il mio cervello con una dose infinita di musica, tutorial, video demenziali e repliche televisive.

Facebook, Twitter e altri social mi servono per restare aggiornata sugli altri (Fb) e sul mondo (Tw).

Con Instagram ho imparato a constatare quanto la gente possa tirarsela per un ultimo acquisto (che poi magari è un collutorio, o uno smalto, o un paio di calzini con il faccione di Che Guevara).

Periscope, e qui ne ho già parlato, ha impiegato meno di un attimo per diventare territorio fertile per sapientoni con la tastiera, poi qua e là trovi simpaticoni che fanno dirette live (qualcuno le ha definite dirette life) di venti minuti inquadrando frigoriferi o dispense.

Google+ forse è quello che si difende meglio da attempati, troll e guastafeste, ma solo perché è popolato da balle di fieno (sì, ok, molte community verticali hanno trovato lì il loro lido, per il resto, c’è addirittura poca fuffa).

Linkedin è sempre più interessante. Personalmente, trascorro molto più tempo a capire come trovare collegamenti validi ed espandere il mio network che a dispensare cuori su Instagram. Con Pulse (il personal blog che LinkedIn mette a disposizione della sua rete di utenti), poi, ha dato una svolta decisiva.

C’è un’altra realtà che mi ha colpito tanto all’inizio, tanto nel momento in cui ho deciso di diventarne parte attiva, ma davvero poco nel periodo successivo (quando, insomma, l’eccitamento per il posto nuovo si è esaurito): Tumblr.

Tempo fa lo avevo definito “un Twitter obeso o un blog anoressico“, visto che lo utilizzavo per dare sfogo alla mia insonnia con post di breve/media lunghezza (con più di 140 caratteri, per intenderci) di argomento più disparato.

Tumblr è un po’ il MySpace o i Live Space di una volta con l’aggiunta di alcune dinamiche di Facebook, secondo me. È un ecosistema variegato, non è più (e non è solo) territorio per teenager.

Ora, non so bene come, e se anche controllassi la cronologia delle ricerche non è detto che riuscirei a risalirci, ma ho beccato questo sito di news fatto con Tumblr: www.4newswall.com.

Ecco, mi è sembrato che dopo mesi e mesi di lucine stroboscopiche, frasi flashintermittenti, colori psichedelici, immagini in HD che caricano dopo anni e stralci di film/serie tv tagliuzzati e sottotitotali, Tumblr abbia finalmente lanciato un meme (è un meme, vero?) che mi ha colpito e che ha modificato qualcosa in un settore (giornalismo/informazione) che pare barboso anche quando è sottoposto a vari aggiornamenti.

4newswall è un sito di news fatto di sole gif (perlomeno in homepage).

Condensed news è un po’ payoff e un po’ sunto ufficiale di 4newswall. Personalmente, considero 4newswall una forma di svecchiamento dei siti di informazione. È una novità interessante, magari poco applicabile a realtà più grandi, ma se dovessi scegliere fra 4newswall e Fanpage (solo per citarne uno, tra i più odiosi, secondo me), ci sarebbe poca lotta e il sito base Tumblr vincerebbe a mani basse.

E voi? Sarete mica adepti di Fanpage? 🙂

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La sacra scuola del marketing che premia la tua fiducia

Oggi, durante l’ora di pranzo, ho seguito un webinar di Simone Tornabene per Ninja Marketing. Sarà stata la fame (non avevo ancora messo niente nello stomaco) o saranno stati i continui spunti e suggerimenti dei webinar-corsi-master-lezioni che seguo in questo periodo, ma sono addivenuta – ADDIVENUTA – a una conclusione: Ninja Marketing è il meglio che potevo scoprire in rete.

ninja marketing

Un corso, un webinar gratuito, i momenti di question time e anche i master di Ninja Marketing sono un’occasione unica e sensazionale di apprendimento. Mi spiego meglio. Ho conosciuto NM diversi anni fa, colpita dai costanti aggiornamenti e dalle novità. Leggevo gli articoli esattamente come consultavo (e consulto tutt’oggi) i blog, con giusto spirito critico e fiducia nei vari autori di cui pian piano iniziavo ad apprezzare i contenuti e le specificità. La realtà Ninja opera “da prima che esistesse YouTube” ed è nata “per comprendere i cambiamenti in atto nel campo del marketing e della comunicazione, nell’innovazione tecnologica e sociale“.

Solo un anno fa, mi sono iscritta ad un corso a pagamento, quello in Strategie di SEO e SEM, nello specifico. Testando io stessa la validità dei corsi e la preparazione dei docenti, sin da subito ho suggerito ad amici o a gente che chiedeva maggiori informazioni (ricordo che qualcuno mi contattò su Linkedin) sia il sito che i corsi. Ah, che poi per i corsi e tutta l’area didattica il nome muti in Ninja Academy cambia poco, almeno in queste righe. La sacra scuola del marketing non-convenzionale fondata da Alex Giordano e Mirko Pallera brilla di luce propria.

Ecco com’è andata: usufruisco dei contenuti di una realtà online (post di Ninja Marketing), decido di testare la validità della scuola (Ninja Academy) seguendo un corso a pagamento e, valutandolo positivamente (più che positivamente, anche), lo suggerisco ad amici e no.

Ma Ninja Marketing è sicuro?

Ora vi spiego anche perché i corsi Ninja (e con il termine corsi da qui in avanti intendo tutto ciò che è fruibile tramite la piattaforma GoToMeeting) sono il meglio del meglio.

Scegliere se seguire le lezioni live o in differita NON è più sinonimo di esclusività. Ormai lo fanno in tanti, probabilmente tutti. A proposito, state seguendo le settimane della formazione di Giorgio Taverniti? FATELO!                    Anche dare la possibilità di consultare il materiale utilizzato (le slide, per intenderci) è una pratica comune. Ma Ninja fa qualcosa che in Italia non ho visto fare a nessuno: sapete che succede durante le giornate di question time? Chi ha domande da porre, può farlo con la sua stessa voce. Cioè: chiede la parola, il permesso viene accordato in base all’ordine delle domande pervenute, impugna il microfonino delle cuffie e parte con i suoi quesiti. Non è esemplare che una scuola – o forse potrei dire azienda? – sinonimo di professionalità (provate a dire in giro: “l’ho letto su Ninja Marketing!“) dia essa stessa fiducia agli utenti?

Della serie: quanta può essere la probabilità che un utente, dalla sua scrivania solinga, impugni il microfonino – sì, perché nel mio immaginario lo impugnano tutti – e inizi a sproloquiare contro qualcosa o quancuno? Ecco, se poi definiscono il “metodo Ninja” il futuro, non si può che esser d’accordo. Esperti di branding, mica per caso. Quanti altri possono vantare docenti come Vincenzo Cosenza, Claudio Gagliardini, Luca Conti e Tommaso Sorchiotti?

PS: due-tre volte a settimana se cercate su Twitter l’hashtag #ninjamasterSMM trovate me che, pur di non prendere appunti, mi cimento nel live tweeting del Master Ninja in Social Media Marketing. Stay tuned.

Periscope e del perché non leggo più i commenti

Non sono poi così certa del fatto che Periscope sia l’invenzione dell’anno. Non sono poi così certa che il live streaming possa essere quello che nessuno si aspettava e che invece è giunto come per magia dal futuro. E sul duello Periscope vs Meerkat non voglio pronunciarmi. Ho provato Periscope per primo, senza alcun motivo specifico. E lì mi sono fermata. Dopo i primi entusiasmi legati alle dirette streaming, il mio stato d’animo si è andato via via piegando.

Ok, è tutto live. Guarda, stanno girando in diretta un telegiornale di un’emittente televisiva americana. Guarda qui, una spiaggia di Miami. Nooo, c’è anche un live di Tommaso Labate. Mitico! Accidenti, Beppe Fiorello non riesce ad agganciare Twitter a Periscope. Non ci credo, stanno già montando le spiagge a Forte dei Marmi!

Periscope app

Freno l’eccitamento dovuto alla diretta – come se in questi anni la tv non m’avesse insegnato niente – e focalizzo la mia attenzione sui commenti, fra gente che si inserisce per interagire con chi sta girando il live (“go straight, go straight”, “pick one, pick one”) e gente che spara a zero (insulti gratuiti e robaccia varia).

Poco fa, ad esempio, guardavo un live, selezionato a caso, di una spiaggia italiana. I commenti si avvicendavano veloci e molti suonavano più o meno così: “Str*nza”, “Fr*cio”, “Tr*ia”. Non ho voluto indagare oltre. Neanche sull’identità di chi impugnava lo smartphone. Ho solo chiuso tutto e pensato.

Forse solo io sono stata colta da un brio iniziale, tanto da twittarne. Mi sa tanto che Periscope è già meta di sapientoni con la tastiera. Pronti, lì sui loro divani sfondati, a dire il loro nulla. Riempire questo posto ancora nuovo. Sfregiarlo, dire che fa schifo e andare a rovinare the next big thing (o presunta tale) che Internet ci darà in pasto la prossima volta.

Ho avuto uno smartwatch a casa per diversi mesi prima di voler dire la mia a riguardo, quasi non fossi ancora pronta a parlarne. Vomitare insulti gratuiti, ma anche dire la propria, solo perché è data la funzione del commento è quanto di più fastidioso io possa immaginare, perlomeno in rete. E ora che Twitter ha concesso di commentare anche i tweet che ritwittiamo, non so a voi, ma a me un po’ prende l’angoscia.

Facciamo così: continuiamo ad utilizzare Periscope (o Meerkat, per carità), iniziamo però a badare meno ai commenti. Anzi, non leggiamoli proprio. Godiamoci la tanto sudata diretta (anche se ancora la qualità delle immagini – e la loro velocità – è pari a quella di Roja Directa) e stupiamoci di qualcosa. Anche piccola. Anche reiterata. Che però non sia il frigo di qualcuno.

Il web del click: la guerra dei poveri (di contenuti)

C’è questa sorta di diatriba nel giornalismo online, sui blog, tra i creatori di contenuti testuali e i SEO specialist, in merito all’attenzione degli utenti. Catturare l’attenzione degli utenti è basilare per la vita degli “organismi” di Internet.

web human to human(foto da https://download.unsplash.com/uploads/14120938606568dde6e2b/c9e42240 FREE)

Hai un blog di ricette palermitane? Che te ne fai se nessuno lo visita? Gestisci un e-commerce? In che altro modo vuoi sperare che aumentino le tue vendite online? Sito di news? Perché leggere il tuo sito e non Il Post (ad esempio)?

Il problema è (anche) un altro: una volta catturati gli utenti, sequestrati i loro click sul nostro link-banner-tweet-post-ecc, siamo ancora in grado di rispettare la promessa del contenuto? Cioè: sul web ha ancora senso battersi per la guerra dei click? La guerra dei click è un po’ la guerra dei poveri di contenuti.

Siamo bombardati da così tanti segnali di adescamento, su Internet e non solo, da esserne stanchi e da risultarne immuni. A far la vera differenza non è tanto l’attenzione che viene catturata prima del sudato click (o durante il click stesso), quanto piuttosto la capacità di trasformare quell’attenzione (e quello stesso click) in interesse.

I testi online, volendo un po’ semplificare e procedere per grandi linee, si possono classificare in tre tipologie:

– testi scritti da robottini SEO che utilizzano il coding come mantra di vita e fanno del SEO friendly il comandamento supremo del re Google;

– testi scritti da ottimi Copy che utilizzano lessico condiviso (è corretto parlare di “lessico pop“?), piacente, mai banale;

– testi (soprattutto titoli) scritti con la formula del click-baiting.

Il click-baiting, conosciuto come il male dell’Internet, è quella pratica acchiappa click che tanti – TROPPI – applicano ai contenuti testuali. È preoccupante perché è adoperata sia per la creazione di titoli di post che all’interno dei post stessi (per linkare altrove, magari). Titoli e post che si piegano al click baiting sono un po’ l’evoluzione marcia e cattiva dei vecchi “Congratulazioni, sei il visitatore numero 1 milione, CLICCA QUI per scoprire cosa hai vinto“. Ve li ricordate, no?

Tornando allo scontro pacifico SEO/Copy, suonano utili le parole di Mariangela Vaglio: “decidi cosa vuoi dire, tieni presente cosa vuoi spiegare, e stai tranquillo: le parole giuste, anche per farsi trovare da Google, poi ti vengono, perché siccome tu conosci la rem di cui parli, se la spieghi bene inserire le parole chiave che la descrivono bene ti verrà istintivo“. Un contenuto ottimizzato per i motori di ricerca che però non spiega alcunché e non è comprensibile o esaustivo agli occhi degli utenti è un contenuto che viene abbandonato. Allora è lì che l’interesse dell’utente viene meno e del suo click inizia a importarcene davvero poco.

Non scordiamoci che il web è H2H, human to human. The Net is of us, by us, and for us, cita il sesto punto del nuovo Cluetrain Manifesto.

24 ore con uno smartwatch al polso

Premessa: la mia non è assolutamente una famiglia di nerd, anzi. Parole come “browser” e “uploadare” non sono frequenti. Me esclusa. Però c’è sempre stata una certa propensione alla sperimentazione di nuove tecnologie. Un iPad ha trovato spazio e impiego in famiglia a pochi giorni dal suo lancio, ad esempio.

Le mie 24 ore con uno smartwatch al polso sono giunte con qualche mese di ritardo. Mio padre, lo scorso agosto, ne comprò uno in regalo a mia madre. Non sto parlando dell’Apple Watch, naturalmente, ma di un comunissimo “orologio intelligente” acquistato su un sito straniero per 100 € o qualcosa di più (mio padre non si è voluto sbilanciare). Dopo qualche settimana di utilizzo, mia madre lo ha riposto in un cassetto, dove è rimasto fino a sabato mattina.cosa fa uno smartwatch

Non sono particolarmente scettica verso i nuovi device o la tecnologia in generale, spesso mi viene detto l’esatto contrario, però lo smartwatch non ha sortito sin da subito il mio interesse. Sabato, spinta anche dai numerosi articoli letti in merito ai nuovi dispositivi Apple (costosissimi, naturalmente), ho deciso di vivere 24 ore con quest’affare al polso.

Non voglio tracciare panegirici sul prodotto acquistato (peraltro non da me), quindi trascurerò i dettagli tecnici in favore di una valutazione nettamente organica: a cosa serve uno smartwatch? É davvero utile? Verrà venduto solo quello Apple in virtù della forza mediatica ed esoterica dei suoi evangelist?

Uno smartwatch – che già definirlo smart mi sembra un attimo eccessivo, ma è stato fatto anche per i phone, quindi ok – è un orologio da polso (almeno nelle sembianze) con dispositivo touch molto simile allo schermo di qualsiasi apparecchio telefonico mobile assimilabile alla categoria smartphone, solo più piccolo.

In ottica wearable è forse il passo meno indolore – consentitemi – rispetto a Google Glass, anelli di fidanzamento bluetooth, caschi spaziali per la realtà aumentata e altra roba fantascientifica (tipo Oculus Rift, per intenderci). Indolore perché l’oggetto in sé ci è già familiare. Non è il caso dell’iPad, con cui è stato inventato un device – la tavoletta, la chiamava mio padre all’inizio – che prima non c’era. É più il caso dell’iPhone: un telefono – questo è – che fa anche foto, che consente di navigare, ascoltare musica, giocare, gestire una casella di posta, ecc. Un oggetto che avevamo già che improvvisamente diventa intelligente.

Ok, ma è utile? Nel giorno che ho passato con lo smartwatch al polso, mi è parso di sì. Cioè: dopo le prime ore trascorse a smanettare, impostare settaggi personalizzati, suonerie, sfondi, indice delle notifiche e altro, mi sono goduta l’esperienza dell’oggetto. Stava sul mio polso, quindi non ho avuto l’ansia del pensare “dove lo metto? se lo poso in tasca si graffia”. Nei settaggi scelti (e fra quelli disponibili, Whatsapp pare non sia contemplato dal mio modello di smartwatch) ho inserito la possibilità di ricevere le notifiche per chiamate, sms, Facebook e Twitter. Chiaro: lo smartwatch si collega al cellulare (che termine antiko!) tramite bluetooth.

Risultato: ho guardato il mio iPhone molto meno del solito. Leggere le notifiche e interagire con il sistema non mi è parso forzato. I contenuti adattati alla dimensione dello schermo hanno reso la mia esperienza naturale. Scrivere un’email, quello sì, mi sembra una pratica “eccessiva” da richiedere ad un semplice orologio, ma interagire su Twitter è comodo. Sapere chi mi sta chiamando prima ancora di estrarre il telefono dalla tasca è utile e anche comodo, specie se non mi va di rispondere e chiudo la chiamata con un semplice tap.

Se in mattinata e fino a pranzo mi sono occupata delle impostazioni e di alcune personalizzazioni e nel pomeriggio ho goduto dei vantaggi di uno “specchietto anticipatore” di notifiche e brevi interazioni sui social, la sera (e parte della nottata) mi è servita per portare il mio smartwatch fuori porta. Tra chi non avesse idea dell’esistenza di smartwatch che non fossero Apple (ma dove l’hai comprato l’orologio Apple, in Canada?) e chi si è mostrato apocalittico (a te mancava solo questo, ora hai fatto il pieno di cose inutili), in tanti hanno convenuto su una cosa: farsi i selfie direttamente dallo smartwatch è una figata, meno delle metafoto, ma sempre una figata.

Quindi mi sono convinta di una cosa: le persone (tutte, non solo gli smanettoni, quelli sono solo i primi) sperimentano (e sperimenteranno) gli smartwatch (la posso scattare io la foto? ti prego…), decideranno in seguito se usarli o abbandonarli. Nel frattempo, però, la Apple ne venderà vagonate, i competitors pure (basta che costino un po’ meno, eh) e le aziende con una vision che non sia legata all’oltretomba inventeranno nuove formule (app, sensori, roba geek) per creare contenuti e interazioni e adattarle allo schermo.

Ps. Sabato ho sempre saputo che ora fosse. SEMPRE 🙂

uso dello smartwatch

Facebook è gratis e lo sarà sempre, ma solo per gli utenti

Paid Reach vs Organic Reach

Facebook è gratis

Io Dario Ciracì non lo conoscevo mica, prima di leggere il suo parere alla domanda “Quanto vale oggi per un brand 1 milione di Fan su Facebook?“. E quello che più mi ha colpito del suo intervento all’interno del magistrale post di Giuliano Ambrosio è stato il suo essere lucidamente spietato.

Cito: “maggiore è il numero di fan di una pagina, minore è l’interazione complessiva che si genera. Tanto più alto è il numero di fan della pagina, tanto più alto sarà l’investimento richiesto per raggiungere una porzione sempre più ampia di questi“.

Questo perché da qualche tempo a questa parte, e questa è un po’ la tesi di Simone Tornabene, Facebook è diventato un paid media, dove brand e aziende godono ancora (e godranno) di grande visibilità, ma si deve anche accettare il compromesso che molta sarà a pagamento.

Le aziende con un grosso bacino di Fan sono costrette a “ripiegare” in campagne a pagamento per non rendere mere le strategie impiegate nell’acquisire quella mole di seguito. I contenuti di qualità, il rendersi utili agli utenti, la funzione di costumer care, il gaming, sono solo alcune delle mosse che possono trovare spazio su Facebook, ma pensare di affidarsi unicamente a queste per raggiungere obiettivi prefissati non è più un modo lucido di presenziare il social.

E Facebook può permettersi questo lusso del Paid Reach proprio perché è nato e si è evoluto come network di Organic Reach.

D’altronde, all’inizio, Facebook era rivolto unicamente agli individui, singoli utenti. É stato solo in un secondo momento, in un contesto già più maturo, che le aziende hanno intravisto delle grandi potenzialità e hanno deciso di presidiarlo. E come cita la frase di apertura al momento del login: È gratis e lo sarà sempre. Ma solo per gli utenti.


Tips: “Prima i Brand potevano utilizzare l’owned per alimentare l’earned. Ora sarà necessaria l’adozione del paid per mantenere un elevato livello di earned, il quale conserva il suo valore originale“, qui l’articolo integrale.

Le novità del MacBook, il più “pop” che ci sia

Più portatile di così…

É uscito il nuovo MacBook da 12 pollici, presentato pochi giorni fa in diretta mondiale dallo Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco (Steve ci manchi).

MacBook Apple

Cos’ha fatto la Apple stavolta? “Racchiudere un computer full-optional nel portatile Mac più sottile e compatto di sempre“, stando a quando riportato nello stesso sito.

Cosa ha fatto veramente la Apple stavolta? A parer mio, ha semplicemente aguzzato la vista sul mercato, dando vita ad un pc costosissimo (altrimenti non sarebbe Apple), non molto performante, però sottile, leggero e con un’autonomia eccellente della batteria.

Le esigenze sono cambiate e gli acquirenti non sono più quelli di una volta. Saranno sempre disposti a comprare un’emozione, ma stavolta l’emozione deve aderire ai nuovi bisogni. Un Mac non è più quella ferraglia figa con la mela illuminata che vedevamo a casa dei cugini nerd ingegneri o demanio unico dei grafici con la bic sull’orecchio.

I Mac sono diventati molto più comuni, probabilmente più noti di un comunissimo Asus o Hp o Toshiba o qualsiasi altro di cui conosciamo la marca ma non abbiamo idea del modello o della serie.

Cpu non così performante, hard disk piccolo (256 o 512 giga), poca Ram (8 giga), un’unica porta esterna (l’USB-C). Però:

1- Il MacBook è ultrasottile, leggerissimo e senza ventole.

2- La batteria del MacBook dura un giorno intero (o 9h di navigazione, pare).

Una svolta “pop“, nel senso di popolare, più richiesta, più appetibile. Una svolta di massa per la massa stessa, visto che alcune caratteristiche tecniche, che in passato nessuno si sarebbe sognato di eliminare o diminuire, sono venute meno in favore di leggerezza, dimensione e autonomia.


Conclusioni personali: tanto, in fin dei conti, siam tutti lì ad aggiornare Facebook, mica a creare robe vettoriali in Flash. Poi il perché della versione in oro non so ancora spiegarmelo (Steve ci manchi).

La foto l’ho presa da qui.

Be your SEM, no matter what they say

Spoiler: questo post non parlerà di Englishman in New York di Sting.


No, il SEM e la SEO non sono la stessa cosa

search engine markerting

Il SEM è quella parte del marketing online che si occupa dei motori di ricerca. Il Search Engine Marketing comprende tutte quelle attività che consentono di indirizzare un certo numero di utenti verso un sito web. Di più: di fatto, si possono proprio rintracciare cerchie di utenti interessate al sito web in questione.

Più o meno con queste parole ho iniziato una giornata formativa sulle dinamiche del SEM, lo scorso ottobre. L’evento, dal titolo “Be your SEM“, ha toccato temi come inbound marketing, long tail e social search.

ALT, chiariamo un concetto: SEM e SEO non sono la stessa cosa. In estrema sintesi, si può definire la SEO (o Search Engine Optimization) come la tecnica di posizionamento di un sito su un motore di ricerca (più in alto compare il sito nei risultati di ricerca e più pagherete il vostro SEO Specialist!).

Il SEM – avete notato? SEM è maschile, la SEO, femminile – comprende quelle attività volte a portare traffico ad un sito web. Una definizione più tecnica di entrambe le discipline la potete trovare qui. Il marketing applicato ai motori di ricerca comprende la SEO, la SMO (Social Media Optimization) e la SEA (Search Online Advertising, come gli annunci su Google, per intenderci).

A distanza di qualche mese dal corso, avendo avuto modo di ripresentare l’intervento e di leggere e rileggere le slide che avevo preparato, si è aggiunta un’ulteriore riflessione: Be your SEM, no matter what the say. Dove per “they” intendo quelli che sostengono che la SEO sia solo roba passata o che sia morta da tempo (la danno per spacciata da tipo 8 anni).

In questo ambito è molto difficile formulare congetture univoche, valide per tutti. Anzi spesso per ottenere lo stesso risultato si possono percorrere strade molto diverse. Però chiariamo subito: il SEM sta bene e la SEO non è morta per niente.

É importante investire soldi e tempo nella creazione di contenuti originali e di valore e nella loro diffusione (la parola sharing vi dice qualcosa?). La stessa guida di Google dice che “siti interessanti faranno crescere da soli la propria reputazione“. La SEO gioca, quindi, un ruolo di completamento, per sfruttare tutte le opportunità di conversione.

Ecco perché le parole chiave in materia di motori di ricerca sono due (almeno): conoscenza e sperimentazione. Certo, perché Google lo usiamo tutti, ma se non avete idea di cosa sia il CTR o una campagna PPC o una sitemap, avete poco da sperimentare. Affidarsi ad uno specialista è utile e opportuno. Volendo scegliere una sola figura, chi preferireste tra un soggetto con una conoscenza specificatamente tecnica e una personalità con un forte background in materia di web writing? Vi rilancio alla tesi avanzata di recente da Fabrizio Ventre.

Chi la spunterà? Io voto per il web writer, ma son di parte :).


And what about “Be your SEM”?: Per ricevere il materiale formativo che ho utilizzato durante il corso o se volete che vi faccia un po’ di formazione, mandate pure un’email. Sono buona e prodiga di sharing.

Foap, come vendere le proprie foto su Internet

Guadagnare con le foto direttamente dallo smartphone o dal pc

Instagram sta avendo un successo planetario, i numeri parlano chiaro: oltre 300 milioni di utenti e qualcosa come 70 milioni fra foto e video condivisi ogni giorno (fonte Wired, dicembre 2014).

Sul social fioccano ogni giorno migliaia di hashtag e le aziende non hanno mai perso tempo per attuare personali strategie di engagement e di branding, valutandone i benefici anche in termini di ritorni economici.  Bene, ma gli utenti “semplici”, chi ha giusto una passione per la fotografia, i dilettanti, i bimbiminkia con seguiti degni di Gianni Morandi, hanno anche loro l’opportunità di monetizzare? Riescono anche loro a fare cassa?

Risposta: no. Gran parte di loro sicuramente no. E spesso non è solo una questione di strategia. Semplicemente Instagram non è un social ecommerce di fotografie.

Ecco perché ho trovato molto interessante un articolo di Ninja Marketing (tra le centinaia di siti italiani dediti alla scoperta di nuove tecnologie, all’aggiornamento professionale e al mondo dei social media, rientra di diritto nel mio personale podio) su alcune app che consentono di guadagnare, utilizzate anche solo nel tempo libero.

Foap homeFoap, in particolare, mi è parso subito un servizio interessante, pur nella sua semplicità. Disponibile sia in versione desktop che mobile (iOS e Android), Foap consente di vendere le proprie foto ad un prezzo fisso di 5 $, accreditabili tramite il servizio Paypal.

Il procedimento di registrazione è davvero semplice, con la possibilità di loggarsi anche tramite Facebook. L’UX è molto curata e parecchio intuitiva. Un volta creato il profilo, è possibile uploadare le foto (queste devono ricevere l’approvazione dalla community, tramite un sistema rapido di votazione), seguire gli altri utenti (meccanismo follower/following identico a Instagram) ed esprimere un voto da 1 a 5 alle pics dello stream o di utenti specifici.

Foap è un’ottima piattaforma anche per le aziende, soprattutto per la funzionalità “Missions”, ovvero contest fotografico. Un brand può lanciare un tema, dare una scadenza e predisporre una ricompensa (“Reward”) al vincitore.

Missions on FoapConde Nast, Kahlua, Plymouth Gin hanno già accettato la sfida e lanciato la propria Mission.

Io ho già caricato 4 foto e sto partencipando ad un contest chiamato “A moment of triumph”, il mio profilo lo trovate cercando @rembart. Nessuno ha ancora comprato le mie foto, ma, perlomeno, non sono annidate e dimenticate nello stream di Instagram.


Tips: Volete vendere di più? Armatevi di foto di gattini. Anche i cani vanno forte, assieme ai panorami e ai monumenti principali di alcune città.