10 cose che ho imparato al Master in Social Media Marketing

Le vacanze, almeno quelle di luglio, sono concluse. Ad agosto ho già in programma un secondo round di partenze, meno impegnativo del primo, ma comunque necessario. Prima di dedicare un intero post a Dubai, meta delle mie vacanze, vi lascio con un estratto del mio articolo per Ninja Marketing in merito alle nozioni apprese durante il Master online in Social Media Marketing. Enjoy!


Il Master online in Social Media Marketing della Ninja Academy si è appena concluso, ma è già tempo di far tesoro dei concetti appresi. I docenti sono stati scelti tra i migliori professionisti del settore, quindi fare un breve sunto dell’intera esperienza del Master non è semplice.

Ecco perché riassumerò in 10 punti i concetti principali emersi durante le lezioni.

#1 Il nostro brand è già sui Social Media, prima ancora di aprire qualsiasi account

Nelle conversazioni delle persone, tra i commenti e i racconti di esperienze, nelle pagine e nei profili fake e tra i gruppi nati spontaneamente online: il nostro brand vive già in rete, anche se non ha ancora una presenza ufficiale. La domanda, quindi, non è più se attivare una presenza ufficiale del brand, ma come farlo.

#2 La bussola di una Social Media Strategy è l’obiettivo di business

Non solo tattica, ma anche strategia. Partire sempre da un obiettivo di business per costruire un piano editoriale e scegliere quali metriche misurare sui social. La scelta di quali properties attivare non deve essere una corsa a chi ha più social, ma deve dipendere da obiettivi e strategia.

#3 Mettere in relazione i dati per migliorare le performance

Questa è l’abilità più importante di un social media strategist. Non tutto può essere misurato, ma senza misurazione si naviga a vista. Ecco perché un piano editoriale efficace è sempre verificabile e misurabile.

#4 “Tell a great story, because facts tell, but stories sell”

Non importa cosa tu stia vendendo, la storia che devi raccontare è più importante del prodotto stesso. Un brand che si racconta definisce un’ambizione che va oltre le aspirazioni commerciali. Ecco perché è necessario costruire progetti narrativi efficaci.

#5 Il video è il segmento più in crescita dell’adv online

Non esiste mezzo migliore per raccontare una storia di un video. Il video marketing (sotto forma di video tutorial, trailer, sessioni e-learning, lezioni in streaming o spot pubblicitari) è uno strumento imprescindibile per la generazione di lead qualificati.


Puoi continuare a leggere i restanti punti qui, dove troverai anche maggiori informazioni relative al Master.

E se hai qualche altro dubbio, puoi sempre scrivere nei commenti o mandare un’email a paolaleo1988@yahoo.com, sarò lieta di rispondere. Non siate timidi.

Buon agosto!

La campagna promozionale online che non fa bene alla Tunisia

Mi sono imbattuta in quest’articolo su Buzzfeed. Un creativo tunisino, spinto dalla voglia/necessità – peraltro del tutto giustificata – di risollevare l’economia turistica del suo Paese dopo i gravi attentati degli ultimi mesi, ha lanciato la campagna online “Would you stop visiting New York?“.

campagna pubblicitaria tunisia

(Foto da: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=902428883150019&set=pcb.902430113149896&type=1)

Dice Selim Ben Hadj Yahia, l’ideatore della campagna lanciata su Facebook: «ce message est un appel à soutien à la Tunisie qui, je l’espère, sera partagé au maximum afin qu’il puisse toucher un maximum de personne car, nous en avons besoin plus que jamais».

Ora, ammettiamone la disperazione e il desiderio di rivalsa e protezione verso il proprio Paese, la propria economia e le sorti, personali e nazionali. Associare, anche solo per immagini, una campagna pubblicitaria pro-Tunisia a vicende terroristiche ancora scottanti (sceglietene una a caso fra New York e Parigi, ad esempio) è una mossa azzeccata?

Parliamo di Tunisia in termini di brand tunisino. È così che si gestisce una situazione di crisi? Costruire un sentimento di fiducia e credibilità: è così che si fa? È questo il corretto modo di chiedere – e quindi sperare di avere – il supporto dei turisti di tutto il mondo?

Tunisia really needs support, ma non così.

Cito uno dei commenti, trovato sul sito del Corriere: “Ma il loro esperto di marketing dove ha fatto gli studi? A Bagdad?

La mia esperienza. Sono stata in Tunisia due volte, entrambe alloggiando ad Hammamet. La prima volta non avevo ancora 16 anni, la seconda ero ad un passo dalla laurea triennale. Ho solo ricordi positivi: grande ordine, civiltà, cortesia. Strutture alberghiere a cinque stelle, robe che in Sicilia (anche in gran parte d’Italia, in verità) sogniamo da secoli. Spiagge sconfinate, un’anteprima di deserto, caldo e tempeste di sabbia. Accoglienza, cibi tipici e meno tipici. Cous cous, spezie piccanti, odori forti, suq.

La miglior campagna promozionale può e necessariamente deve vertere intorno ad un fatto concreto: la messa in sicurezza di una nazione che ama la pace.

La Tunisia, unico paese pienamente democratico del mondo arabo, però, adesso, è un paese vulnerabile. Serve ancora del tempo.

Sorridi, sono le emoji!

Sono già passate diverse settimane da quando Whatsapp e altri servizi di messaggistica hanno introdotto e integrato nuove emoji. Nulla di veramente nuovo e sconvolgente, giusto l’aggiunta di altri colori della pelle, nuclei familiari con tutte le combinazioni (mamma-mamma-figlio, mamma-papà-figlio, papà-papà-figlio, ecc) e poco altro.

Per certi versi è un tentativo di uniformarsi e di agire politically correct. Un po’ di sana fuffa, insomma.

Pochi giorni fa, però, la svolta: ho notato l’uso delle emoji nell’oggetto delle email ✉️.

Emoji nelle email

Mi è sembrata una mossa azzeccata. Della serie: abbiamo questa miriade di roba colorata ? Bene, troviamo un modo per usarla che sia divertente e quanto più prossimo all’utilità. 👍

Nell’esempio che ho riportato su (mannaggia a me e a quando cancello email 😱 ne avevo anche delle altre), la Ryanair utilizza l’emoji🏊(nuotatore, suppongo), sebbene si tratti di una compagnia aerea ✈️, per invogliarmi a scegliere una meta di mare per le vacanze estive (😬).

Ok, niente di così innovativo da scriverne un ebook, però, vista la mole abnorme di email che riceviamo tra newsletter, dem, promozioni, offerte-speciali-solo-per-me, spam, pubblicità varie, poste e banche che chiedono le mie credenziali💰(tzè), catene-che-se-non-le-fai-poi-avrai-sfiga-eterna (io perlomeno le ricevo ancora), l’introduzione di un elemento di rottura, anche solo perché colorato, all’interno di una stringa di testo che dovrebbe attrarre e invogliare ad aprire l’email, ma che in realtà infastidisce, secca e genera il cestinamento immediato 🚮, mi sembra sia una pratica da accogliere con il sorriso. 😄


Tips: le emoji le ho prese da qui.

I social network fanno bene fanno male

Quello che è accaduto sabato scorso in Nepal è una vera catastrofe. Leggevo proprio poco fa di oltre 4500 morti rinvenuti, una conta destinata solo a crescere, con ancora tanti dispersi.

Si temono 10 mila morti, un numero terrificante. In questa tragedia, oltre a tante mobilitazioni di governi e organizzazioni umanitarie, stanno giocando un ruolo fondamentale anche i social network e la rete tutta.

Google person finder (già utilizzato nel 2010 per il terremoto di Haiti e nel 2013 durante l’attentato di Boston) è un portale in cui si possono cercare informazioni sui dispersi o aggiungere notizie sullo stato di una persona.

A proposito di mobilitazioni, Apple ha lanciato una raccolta fondi tramite iTunes e grazie a Viber, invece, le chiamate internazionali sono gratis da e per le linee nepalesi.

Facebook ha attivato la funzione Safety check: chi si trova nell’area interessata può comunicare a tutti gli amici il suo stato. Rispondendo alla domanda “Stai bene?” in automatico tutti gli amici del contatto riceveranno una notifica e saranno informati sulle sue condizioni.

Il payoff “Connecting People” della Nokia vi dice niente?

Non è certo così che i morti diminuiranno e non è certo così che le catastrofi e le sciagure saranno evitate, ma ritengo sia un modo intelligente di usufruire di enormi banche dati e della tempestività con cui si agisce in rete e sui social.

Ne ho già accennato su Twitter, ma voglio parlarne ancora. Di sapientoni con la tastiera ne è piena la rete, però, sapere che questi si annidano anche tra i miei amici di Facebook, mi infastidisce. Domenica sera ho ricevuto una notifica da un mio amico di Facebook che tramite Safety check mi ha messo al corrente delle sue condizioni.

 Safety check Facebook

Mi sono ritrovata sul News Feed questo messaggio “XXXX marked himself safe during Nepal Earthquake” (sì, ho Facebook in inglese, così gli aggiornamenti e le novità arrivano prima). Poi il perché la notifica sia arrivata in italiano non saprei spiegarlo. E non servirebbe nemmeno.

Ho beccato un cazzone tra i miei amici (sul profilo di quest’ultimo poi sono piovuti risate e apprezzamenti) e ho deciso di cancellarlo.

Critica, satira, ironia, jesuischarlie: io accetto tutto. Poi però riscopro i limiti della decenza, rifletto sulle tragedie, passo una mano sulla coscienza e l’altra sul trackpad del Mac. Da lì a ad unfriend è un attimo.

Esiste un modo per svecchiare i siti di informazione?

Mi annoio e mi esalto, in rete. Trovo sempre nuovi spunti, articoli how to che spiegano più o meno bene più o meno tutto.

don draper

Su Youtube trastullo il mio cervello con una dose infinita di musica, tutorial, video demenziali e repliche televisive.

Facebook, Twitter e altri social mi servono per restare aggiornata sugli altri (Fb) e sul mondo (Tw).

Con Instagram ho imparato a constatare quanto la gente possa tirarsela per un ultimo acquisto (che poi magari è un collutorio, o uno smalto, o un paio di calzini con il faccione di Che Guevara).

Periscope, e qui ne ho già parlato, ha impiegato meno di un attimo per diventare territorio fertile per sapientoni con la tastiera, poi qua e là trovi simpaticoni che fanno dirette live (qualcuno le ha definite dirette life) di venti minuti inquadrando frigoriferi o dispense.

Google+ forse è quello che si difende meglio da attempati, troll e guastafeste, ma solo perché è popolato da balle di fieno (sì, ok, molte community verticali hanno trovato lì il loro lido, per il resto, c’è addirittura poca fuffa).

Linkedin è sempre più interessante. Personalmente, trascorro molto più tempo a capire come trovare collegamenti validi ed espandere il mio network che a dispensare cuori su Instagram. Con Pulse (il personal blog che LinkedIn mette a disposizione della sua rete di utenti), poi, ha dato una svolta decisiva.

C’è un’altra realtà che mi ha colpito tanto all’inizio, tanto nel momento in cui ho deciso di diventarne parte attiva, ma davvero poco nel periodo successivo (quando, insomma, l’eccitamento per il posto nuovo si è esaurito): Tumblr.

Tempo fa lo avevo definito “un Twitter obeso o un blog anoressico“, visto che lo utilizzavo per dare sfogo alla mia insonnia con post di breve/media lunghezza (con più di 140 caratteri, per intenderci) di argomento più disparato.

Tumblr è un po’ il MySpace o i Live Space di una volta con l’aggiunta di alcune dinamiche di Facebook, secondo me. È un ecosistema variegato, non è più (e non è solo) territorio per teenager.

Ora, non so bene come, e se anche controllassi la cronologia delle ricerche non è detto che riuscirei a risalirci, ma ho beccato questo sito di news fatto con Tumblr: www.4newswall.com.

Ecco, mi è sembrato che dopo mesi e mesi di lucine stroboscopiche, frasi flashintermittenti, colori psichedelici, immagini in HD che caricano dopo anni e stralci di film/serie tv tagliuzzati e sottotitotali, Tumblr abbia finalmente lanciato un meme (è un meme, vero?) che mi ha colpito e che ha modificato qualcosa in un settore (giornalismo/informazione) che pare barboso anche quando è sottoposto a vari aggiornamenti.

4newswall è un sito di news fatto di sole gif (perlomeno in homepage).

Condensed news è un po’ payoff e un po’ sunto ufficiale di 4newswall. Personalmente, considero 4newswall una forma di svecchiamento dei siti di informazione. È una novità interessante, magari poco applicabile a realtà più grandi, ma se dovessi scegliere fra 4newswall e Fanpage (solo per citarne uno, tra i più odiosi, secondo me), ci sarebbe poca lotta e il sito base Tumblr vincerebbe a mani basse.

E voi? Sarete mica adepti di Fanpage? 🙂

La sacra scuola del marketing che premia la tua fiducia

Oggi, durante l’ora di pranzo, ho seguito un webinar di Simone Tornabene per Ninja Marketing. Sarà stata la fame (non avevo ancora messo niente nello stomaco) o saranno stati i continui spunti e suggerimenti dei webinar-corsi-master-lezioni che seguo in questo periodo, ma sono addivenuta – ADDIVENUTA – a una conclusione: Ninja Marketing è il meglio che potevo scoprire in rete.

ninja marketing

Un corso, un webinar gratuito, i momenti di question time e anche i master di Ninja Marketing sono un’occasione unica e sensazionale di apprendimento. Mi spiego meglio. Ho conosciuto NM diversi anni fa, colpita dai costanti aggiornamenti e dalle novità. Leggevo gli articoli esattamente come consultavo (e consulto tutt’oggi) i blog, con giusto spirito critico e fiducia nei vari autori di cui pian piano iniziavo ad apprezzare i contenuti e le specificità. La realtà Ninja opera “da prima che esistesse YouTube” ed è nata “per comprendere i cambiamenti in atto nel campo del marketing e della comunicazione, nell’innovazione tecnologica e sociale“.

Solo un anno fa, mi sono iscritta ad un corso a pagamento, quello in Strategie di SEO e SEM, nello specifico. Testando io stessa la validità dei corsi e la preparazione dei docenti, sin da subito ho suggerito ad amici o a gente che chiedeva maggiori informazioni (ricordo che qualcuno mi contattò su Linkedin) sia il sito che i corsi. Ah, che poi per i corsi e tutta l’area didattica il nome muti in Ninja Academy cambia poco, almeno in queste righe. La sacra scuola del marketing non-convenzionale fondata da Alex Giordano e Mirko Pallera brilla di luce propria.

Ecco com’è andata: usufruisco dei contenuti di una realtà online (post di Ninja Marketing), decido di testare la validità della scuola (Ninja Academy) seguendo un corso a pagamento e, valutandolo positivamente (più che positivamente, anche), lo suggerisco ad amici e no.

Ma Ninja Marketing è sicuro?

Ora vi spiego anche perché i corsi Ninja (e con il termine corsi da qui in avanti intendo tutto ciò che è fruibile tramite la piattaforma GoToMeeting) sono il meglio del meglio.

Scegliere se seguire le lezioni live o in differita NON è più sinonimo di esclusività. Ormai lo fanno in tanti, probabilmente tutti. A proposito, state seguendo le settimane della formazione di Giorgio Taverniti? FATELO!                    Anche dare la possibilità di consultare il materiale utilizzato (le slide, per intenderci) è una pratica comune. Ma Ninja fa qualcosa che in Italia non ho visto fare a nessuno: sapete che succede durante le giornate di question time? Chi ha domande da porre, può farlo con la sua stessa voce. Cioè: chiede la parola, il permesso viene accordato in base all’ordine delle domande pervenute, impugna il microfonino delle cuffie e parte con i suoi quesiti. Non è esemplare che una scuola – o forse potrei dire azienda? – sinonimo di professionalità (provate a dire in giro: “l’ho letto su Ninja Marketing!“) dia essa stessa fiducia agli utenti?

Della serie: quanta può essere la probabilità che un utente, dalla sua scrivania solinga, impugni il microfonino – sì, perché nel mio immaginario lo impugnano tutti – e inizi a sproloquiare contro qualcosa o quancuno? Ecco, se poi definiscono il “metodo Ninja” il futuro, non si può che esser d’accordo. Esperti di branding, mica per caso. Quanti altri possono vantare docenti come Vincenzo Cosenza, Claudio Gagliardini, Luca Conti e Tommaso Sorchiotti?

PS: due-tre volte a settimana se cercate su Twitter l’hashtag #ninjamasterSMM trovate me che, pur di non prendere appunti, mi cimento nel live tweeting del Master Ninja in Social Media Marketing. Stay tuned.

Periscope e del perché non leggo più i commenti

Non sono poi così certa del fatto che Periscope sia l’invenzione dell’anno. Non sono poi così certa che il live streaming possa essere quello che nessuno si aspettava e che invece è giunto come per magia dal futuro. E sul duello Periscope vs Meerkat non voglio pronunciarmi. Ho provato Periscope per primo, senza alcun motivo specifico. E lì mi sono fermata. Dopo i primi entusiasmi legati alle dirette streaming, il mio stato d’animo si è andato via via piegando.

Ok, è tutto live. Guarda, stanno girando in diretta un telegiornale di un’emittente televisiva americana. Guarda qui, una spiaggia di Miami. Nooo, c’è anche un live di Tommaso Labate. Mitico! Accidenti, Beppe Fiorello non riesce ad agganciare Twitter a Periscope. Non ci credo, stanno già montando le spiagge a Forte dei Marmi!

Periscope app

Freno l’eccitamento dovuto alla diretta – come se in questi anni la tv non m’avesse insegnato niente – e focalizzo la mia attenzione sui commenti, fra gente che si inserisce per interagire con chi sta girando il live (“go straight, go straight”, “pick one, pick one”) e gente che spara a zero (insulti gratuiti e robaccia varia).

Poco fa, ad esempio, guardavo un live, selezionato a caso, di una spiaggia italiana. I commenti si avvicendavano veloci e molti suonavano più o meno così: “Str*nza”, “Fr*cio”, “Tr*ia”. Non ho voluto indagare oltre. Neanche sull’identità di chi impugnava lo smartphone. Ho solo chiuso tutto e pensato.

Forse solo io sono stata colta da un brio iniziale, tanto da twittarne. Mi sa tanto che Periscope è già meta di sapientoni con la tastiera. Pronti, lì sui loro divani sfondati, a dire il loro nulla. Riempire questo posto ancora nuovo. Sfregiarlo, dire che fa schifo e andare a rovinare the next big thing (o presunta tale) che Internet ci darà in pasto la prossima volta.

Ho avuto uno smartwatch a casa per diversi mesi prima di voler dire la mia a riguardo, quasi non fossi ancora pronta a parlarne. Vomitare insulti gratuiti, ma anche dire la propria, solo perché è data la funzione del commento è quanto di più fastidioso io possa immaginare, perlomeno in rete. E ora che Twitter ha concesso di commentare anche i tweet che ritwittiamo, non so a voi, ma a me un po’ prende l’angoscia.

Facciamo così: continuiamo ad utilizzare Periscope (o Meerkat, per carità), iniziamo però a badare meno ai commenti. Anzi, non leggiamoli proprio. Godiamoci la tanto sudata diretta (anche se ancora la qualità delle immagini – e la loro velocità – è pari a quella di Roja Directa) e stupiamoci di qualcosa. Anche piccola. Anche reiterata. Che però non sia il frigo di qualcuno.

Il web del click: la guerra dei poveri (di contenuti)

C’è questa sorta di diatriba nel giornalismo online, sui blog, tra i creatori di contenuti testuali e i SEO specialist, in merito all’attenzione degli utenti. Catturare l’attenzione degli utenti è basilare per la vita degli “organismi” di Internet.

web human to human(foto da https://download.unsplash.com/uploads/14120938606568dde6e2b/c9e42240 FREE)

Hai un blog di ricette palermitane? Che te ne fai se nessuno lo visita? Gestisci un e-commerce? In che altro modo vuoi sperare che aumentino le tue vendite online? Sito di news? Perché leggere il tuo sito e non Il Post (ad esempio)?

Il problema è (anche) un altro: una volta catturati gli utenti, sequestrati i loro click sul nostro link-banner-tweet-post-ecc, siamo ancora in grado di rispettare la promessa del contenuto? Cioè: sul web ha ancora senso battersi per la guerra dei click? La guerra dei click è un po’ la guerra dei poveri di contenuti.

Siamo bombardati da così tanti segnali di adescamento, su Internet e non solo, da esserne stanchi e da risultarne immuni. A far la vera differenza non è tanto l’attenzione che viene catturata prima del sudato click (o durante il click stesso), quanto piuttosto la capacità di trasformare quell’attenzione (e quello stesso click) in interesse.

I testi online, volendo un po’ semplificare e procedere per grandi linee, si possono classificare in tre tipologie:

– testi scritti da robottini SEO che utilizzano il coding come mantra di vita e fanno del SEO friendly il comandamento supremo del re Google;

– testi scritti da ottimi Copy che utilizzano lessico condiviso (è corretto parlare di “lessico pop“?), piacente, mai banale;

– testi (soprattutto titoli) scritti con la formula del click-baiting.

Il click-baiting, conosciuto come il male dell’Internet, è quella pratica acchiappa click che tanti – TROPPI – applicano ai contenuti testuali. È preoccupante perché è adoperata sia per la creazione di titoli di post che all’interno dei post stessi (per linkare altrove, magari). Titoli e post che si piegano al click baiting sono un po’ l’evoluzione marcia e cattiva dei vecchi “Congratulazioni, sei il visitatore numero 1 milione, CLICCA QUI per scoprire cosa hai vinto“. Ve li ricordate, no?

Tornando allo scontro pacifico SEO/Copy, suonano utili le parole di Mariangela Vaglio: “decidi cosa vuoi dire, tieni presente cosa vuoi spiegare, e stai tranquillo: le parole giuste, anche per farsi trovare da Google, poi ti vengono, perché siccome tu conosci la rem di cui parli, se la spieghi bene inserire le parole chiave che la descrivono bene ti verrà istintivo“. Un contenuto ottimizzato per i motori di ricerca che però non spiega alcunché e non è comprensibile o esaustivo agli occhi degli utenti è un contenuto che viene abbandonato. Allora è lì che l’interesse dell’utente viene meno e del suo click inizia a importarcene davvero poco.

Non scordiamoci che il web è H2H, human to human. The Net is of us, by us, and for us, cita il sesto punto del nuovo Cluetrain Manifesto.

Facebook è gratis e lo sarà sempre, ma solo per gli utenti

Paid Reach vs Organic Reach

Facebook è gratis

Io Dario Ciracì non lo conoscevo mica, prima di leggere il suo parere alla domanda “Quanto vale oggi per un brand 1 milione di Fan su Facebook?“. E quello che più mi ha colpito del suo intervento all’interno del magistrale post di Giuliano Ambrosio è stato il suo essere lucidamente spietato.

Cito: “maggiore è il numero di fan di una pagina, minore è l’interazione complessiva che si genera. Tanto più alto è il numero di fan della pagina, tanto più alto sarà l’investimento richiesto per raggiungere una porzione sempre più ampia di questi“.

Questo perché da qualche tempo a questa parte, e questa è un po’ la tesi di Simone Tornabene, Facebook è diventato un paid media, dove brand e aziende godono ancora (e godranno) di grande visibilità, ma si deve anche accettare il compromesso che molta sarà a pagamento.

Le aziende con un grosso bacino di Fan sono costrette a “ripiegare” in campagne a pagamento per non rendere mere le strategie impiegate nell’acquisire quella mole di seguito. I contenuti di qualità, il rendersi utili agli utenti, la funzione di costumer care, il gaming, sono solo alcune delle mosse che possono trovare spazio su Facebook, ma pensare di affidarsi unicamente a queste per raggiungere obiettivi prefissati non è più un modo lucido di presenziare il social.

E Facebook può permettersi questo lusso del Paid Reach proprio perché è nato e si è evoluto come network di Organic Reach.

D’altronde, all’inizio, Facebook era rivolto unicamente agli individui, singoli utenti. É stato solo in un secondo momento, in un contesto già più maturo, che le aziende hanno intravisto delle grandi potenzialità e hanno deciso di presidiarlo. E come cita la frase di apertura al momento del login: È gratis e lo sarà sempre. Ma solo per gli utenti.


Tips: “Prima i Brand potevano utilizzare l’owned per alimentare l’earned. Ora sarà necessaria l’adozione del paid per mantenere un elevato livello di earned, il quale conserva il suo valore originale“, qui l’articolo integrale.

Be your SEM, no matter what they say

Spoiler: questo post non parlerà di Englishman in New York di Sting.


No, il SEM e la SEO non sono la stessa cosa

search engine markerting

Il SEM è quella parte del marketing online che si occupa dei motori di ricerca. Il Search Engine Marketing comprende tutte quelle attività che consentono di indirizzare un certo numero di utenti verso un sito web. Di più: di fatto, si possono proprio rintracciare cerchie di utenti interessate al sito web in questione.

Più o meno con queste parole ho iniziato una giornata formativa sulle dinamiche del SEM, lo scorso ottobre. L’evento, dal titolo “Be your SEM“, ha toccato temi come inbound marketing, long tail e social search.

ALT, chiariamo un concetto: SEM e SEO non sono la stessa cosa. In estrema sintesi, si può definire la SEO (o Search Engine Optimization) come la tecnica di posizionamento di un sito su un motore di ricerca (più in alto compare il sito nei risultati di ricerca e più pagherete il vostro SEO Specialist!).

Il SEM – avete notato? SEM è maschile, la SEO, femminile – comprende quelle attività volte a portare traffico ad un sito web. Una definizione più tecnica di entrambe le discipline la potete trovare qui. Il marketing applicato ai motori di ricerca comprende la SEO, la SMO (Social Media Optimization) e la SEA (Search Online Advertising, come gli annunci su Google, per intenderci).

A distanza di qualche mese dal corso, avendo avuto modo di ripresentare l’intervento e di leggere e rileggere le slide che avevo preparato, si è aggiunta un’ulteriore riflessione: Be your SEM, no matter what the say. Dove per “they” intendo quelli che sostengono che la SEO sia solo roba passata o che sia morta da tempo (la danno per spacciata da tipo 8 anni).

In questo ambito è molto difficile formulare congetture univoche, valide per tutti. Anzi spesso per ottenere lo stesso risultato si possono percorrere strade molto diverse. Però chiariamo subito: il SEM sta bene e la SEO non è morta per niente.

É importante investire soldi e tempo nella creazione di contenuti originali e di valore e nella loro diffusione (la parola sharing vi dice qualcosa?). La stessa guida di Google dice che “siti interessanti faranno crescere da soli la propria reputazione“. La SEO gioca, quindi, un ruolo di completamento, per sfruttare tutte le opportunità di conversione.

Ecco perché le parole chiave in materia di motori di ricerca sono due (almeno): conoscenza e sperimentazione. Certo, perché Google lo usiamo tutti, ma se non avete idea di cosa sia il CTR o una campagna PPC o una sitemap, avete poco da sperimentare. Affidarsi ad uno specialista è utile e opportuno. Volendo scegliere una sola figura, chi preferireste tra un soggetto con una conoscenza specificatamente tecnica e una personalità con un forte background in materia di web writing? Vi rilancio alla tesi avanzata di recente da Fabrizio Ventre.

Chi la spunterà? Io voto per il web writer, ma son di parte :).


And what about “Be your SEM”?: Per ricevere il materiale formativo che ho utilizzato durante il corso o se volete che vi faccia un po’ di formazione, mandate pure un’email. Sono buona e prodiga di sharing.