Imagination is the key

La frase di Alan Kay pronunciata durante una riunione nel 1971 al Palo Alto Research Center della Xerox (“il miglior modo per predire il futuro è inventarlo“) è diventata ormai arcinota. I social, complice anche la figura (e la biografia) di Steve Jobs, ne hanno solo aumentato la popolarità.

Un po’ meno nota ma altrettanto importante è la frase, riportata anche in molti libri di storia (e forse per questo è meno nota), di Henry Fordse avessi chiesto alle persone cosa volevano, avrebbero detto un cavallo più veloce“.

Veniamo al dunque. Pochi giorni fa al Master in Social Media Marketing, durante una lezione di Simone Tornabene, è venuto fuori un punto di vista interessante pur nella sua semplicità: ad uccidere la Nokia non è stata un’azienda di telefonia, ma un’azienda produttrice di computer (la Apple). Si parlava (Simone parlava) dei modelli di orientamento delle aziende.

Esistono aziende orientate al prodotto. È il caso delle aziende che si identificano con il prodotto che fanno, ovvero il maggior numero di aziende in Italia. Il profitto, per le aziende di quest’orientamento, è solo una conseguenza del prodotto che commercializzano.

Ci sono poi le aziende orientate al profitto, unicamente al profitto. È il caso di multinazionali che non hanno un focus di prodotto (al massimo ne hanno uno di mercato) e che vengono guidate dal profitto stesso: se oggi il profitto si fa vendendo birre, vendono birra, se domani si fa vendendo detersivi, venderanno detersivi.

Un altro tipo di aziende (al mio via gridiamo tutti: Appleee!) sono quelle di finalità o di purpose. Queste producono qualcosa (ovviamente!), ne traggono profitto (ovviamente!), ma hanno una finalità specifica come cambiare il mondo/migliorarlo/rappresentare un’alternativa/ecc (via!!!).

orientamento delle aziende

Come te nessuno mai. Tornando alla Nokia, ad Alan Kay e a Henry Ford… la forza e l’immortalità di certe intuizioni sono frutto di menti brillanti che hanno saputo inventare il futuro. Il senso del why (il perché un’azienda fa qualcosa, vende quel prodotto) delle aziende è quello che le mette al sicuro nel mercato e quindi nei cuori/nelle menti/nelle case della gente.

Inventare un bisogno (a voi serviva un tablet prima che fosse inventato?), sfruttare un bisogno (cavalli più veloci), aiutare le persone che hanno bisogno (la digital health, ad esempio, sta registrando una crescita straordinaria in tutto il mondo) sono tutti tasselli che concorrono a costruire la mission e la ragion d’essere di un’azienda, ma a rendere magica un’azienda agli occhi dei clienti è la capacità che ha (o che ha avuto) di immaginarsi nelle loro vite.

Ecco alcune mission di brand noti:

  • Ferrari – «costruire vetture sportive uniche, destinate a rappresentare, in pista come sulle strade, l’automobile italiana d’alta scuola. Simbolo di eccellenza e di sportività, Ferrari non ha bisogno di presentazioni»
  • Wal-Mart – «Dare alla gente comune la possibilità di acquistare le stesse cose dei ricchi (“To give ordinary folk the chance to buy the same thing as rich people.”
  • Walt Disney – «Rendere felici le persone (“To make people happy”)»

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5 pensieri riguardo “Imagination is the key

  1. Ciao Paola! I casi che hai citato sono senza dubbio esempi schietti di intuito e distinzione. Quando parlo di intuito, ovviamente, non parlo del famigerato quanto indefinito “sesto senso”, ma m riferisco alla capacità di comprendere cosa effettivamente le persone vogliono o vorrebbero, anche senza saperlo. Messe così le cose, non credo che si possa tanto dire che s’inventa il bisogno, ma s’inventa qualcosa che soddisfi il bisogno e, in questo, si manifesta la creatività. Quando è nato il tablet io ho pensato che fosse una cosa totalmente inutile; quando ho iniziato a “smanettare”, a scrivere sul web e ad avere una presenza più massiccia sui social, m’è sembrato decisamente più comodo di un portatile e più funzionale dello smartphone: insomma, indispensabile!
    Buona giornata!

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    1. Ciao, grazie per il tuo commento. È bello che tu sia passata da qui.
      Diciamo che, è vero, più che inventare un bisogno si inventa uno strumento/oggetto/servizio/ecc che prima non c’era per soddisfare un bisogno che c’era già. Però è anche quel tuo “indispensabile” che mi ha convinto a dire che il tablet va a colmare quel ‘bisogno’ di un device “più comodo di un portatile e più funzionale dello smartphone”. 🙂

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