Scuse ricorrenti dei blogger

Di fretta, a capo chino e occhio stanco, metto le mani avanti: non ho scuse né valide motivazioni. Sono viva, più che vegeta, ma non ho tempo. Stramaledetto elemento essenziale di chi scrive e di chi lavora o, peggio ancora, di chi lavora scrivendo, il tempo.

Prometto di tornare su questi schermi, a tempo debito. Ora che di tempo sono proprio debitrice.

A presto.

Come bisogna accogliere il nuovo iPhone 6s (specie quello rosa)

Dice Massimo Mantellini in Le macchine volanti:

« “ Dove sono le macchine volanti? Ci avevate promesso le macchine volanti, dove sono le macchine volanti? 

Utilizzo spesso questa frase perché non conosco miglior sintesi del senso di attesa e frustrazione che la tecnologia è in grado di trasmetterci. Grandi promesse, enormi aspettative ma anche, molto spesso, delusioni altrettanto forti: un senso di sconfitta che vorremmo imputare ad altri ma che invece è solo una delle regole del gioco»

Ecco, penso che sia esattamente questo lo stato d’animo con cui dobbiamo tutti accogliere l’iPhone 6s. Specie quello rosa.

iPhone 6s rosa

(da: http://media.fyre.co/rVLVJVF0SqMB3OKOU1ud_iphone26.gif)

Il target del nuovo iPhone color fior di fragola sarà costituito, dunque, da: cloni di Barbie, milf, 30enni – 40enni con il cervello di una mosca, fashion blogger (e aspiranti), deleterie fashion victim, uomini solo alla nascita, bambine viziate, meretrici, daltonici, tamarri tifosi del Palermo.

Se poi vi piace davvero, fatemelo sapere, aggiornerò subito la lista di cui sopra.

10 cose che ho imparato al Master in Social Media Marketing

Le vacanze, almeno quelle di luglio, sono concluse. Ad agosto ho già in programma un secondo round di partenze, meno impegnativo del primo, ma comunque necessario. Prima di dedicare un intero post a Dubai, meta delle mie vacanze, vi lascio con un estratto del mio articolo per Ninja Marketing in merito alle nozioni apprese durante il Master online in Social Media Marketing. Enjoy!


Il Master online in Social Media Marketing della Ninja Academy si è appena concluso, ma è già tempo di far tesoro dei concetti appresi. I docenti sono stati scelti tra i migliori professionisti del settore, quindi fare un breve sunto dell’intera esperienza del Master non è semplice.

Ecco perché riassumerò in 10 punti i concetti principali emersi durante le lezioni.

#1 Il nostro brand è già sui Social Media, prima ancora di aprire qualsiasi account

Nelle conversazioni delle persone, tra i commenti e i racconti di esperienze, nelle pagine e nei profili fake e tra i gruppi nati spontaneamente online: il nostro brand vive già in rete, anche se non ha ancora una presenza ufficiale. La domanda, quindi, non è più se attivare una presenza ufficiale del brand, ma come farlo.

#2 La bussola di una Social Media Strategy è l’obiettivo di business

Non solo tattica, ma anche strategia. Partire sempre da un obiettivo di business per costruire un piano editoriale e scegliere quali metriche misurare sui social. La scelta di quali properties attivare non deve essere una corsa a chi ha più social, ma deve dipendere da obiettivi e strategia.

#3 Mettere in relazione i dati per migliorare le performance

Questa è l’abilità più importante di un social media strategist. Non tutto può essere misurato, ma senza misurazione si naviga a vista. Ecco perché un piano editoriale efficace è sempre verificabile e misurabile.

#4 “Tell a great story, because facts tell, but stories sell”

Non importa cosa tu stia vendendo, la storia che devi raccontare è più importante del prodotto stesso. Un brand che si racconta definisce un’ambizione che va oltre le aspirazioni commerciali. Ecco perché è necessario costruire progetti narrativi efficaci.

#5 Il video è il segmento più in crescita dell’adv online

Non esiste mezzo migliore per raccontare una storia di un video. Il video marketing (sotto forma di video tutorial, trailer, sessioni e-learning, lezioni in streaming o spot pubblicitari) è uno strumento imprescindibile per la generazione di lead qualificati.


Puoi continuare a leggere i restanti punti qui, dove troverai anche maggiori informazioni relative al Master.

E se hai qualche altro dubbio, puoi sempre scrivere nei commenti o mandare un’email a paolaleo1988@yahoo.com, sarò lieta di rispondere. Non siate timidi.

Buon agosto!

La campagna promozionale online che non fa bene alla Tunisia

Mi sono imbattuta in quest’articolo su Buzzfeed. Un creativo tunisino, spinto dalla voglia/necessità – peraltro del tutto giustificata – di risollevare l’economia turistica del suo Paese dopo i gravi attentati degli ultimi mesi, ha lanciato la campagna online “Would you stop visiting New York?“.

campagna pubblicitaria tunisia

(Foto da: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=902428883150019&set=pcb.902430113149896&type=1)

Dice Selim Ben Hadj Yahia, l’ideatore della campagna lanciata su Facebook: «ce message est un appel à soutien à la Tunisie qui, je l’espère, sera partagé au maximum afin qu’il puisse toucher un maximum de personne car, nous en avons besoin plus que jamais».

Ora, ammettiamone la disperazione e il desiderio di rivalsa e protezione verso il proprio Paese, la propria economia e le sorti, personali e nazionali. Associare, anche solo per immagini, una campagna pubblicitaria pro-Tunisia a vicende terroristiche ancora scottanti (sceglietene una a caso fra New York e Parigi, ad esempio) è una mossa azzeccata?

Parliamo di Tunisia in termini di brand tunisino. È così che si gestisce una situazione di crisi? Costruire un sentimento di fiducia e credibilità: è così che si fa? È questo il corretto modo di chiedere – e quindi sperare di avere – il supporto dei turisti di tutto il mondo?

Tunisia really needs support, ma non così.

Cito uno dei commenti, trovato sul sito del Corriere: “Ma il loro esperto di marketing dove ha fatto gli studi? A Bagdad?

La mia esperienza. Sono stata in Tunisia due volte, entrambe alloggiando ad Hammamet. La prima volta non avevo ancora 16 anni, la seconda ero ad un passo dalla laurea triennale. Ho solo ricordi positivi: grande ordine, civiltà, cortesia. Strutture alberghiere a cinque stelle, robe che in Sicilia (anche in gran parte d’Italia, in verità) sogniamo da secoli. Spiagge sconfinate, un’anteprima di deserto, caldo e tempeste di sabbia. Accoglienza, cibi tipici e meno tipici. Cous cous, spezie piccanti, odori forti, suq.

La miglior campagna promozionale può e necessariamente deve vertere intorno ad un fatto concreto: la messa in sicurezza di una nazione che ama la pace.

La Tunisia, unico paese pienamente democratico del mondo arabo, però, adesso, è un paese vulnerabile. Serve ancora del tempo.

Come non usare TripAdvisor se sei un cliente o un gestore

Questa è la storia di me che lascio una recensione su TripAdvisor che poi cancellerò. È quindi un suggerimento su come non usare TripAdvisor se sei un cliente o un gestore.

Partiamo dall’inizio: un amico festeggia il suo compleanno in una pizzeria. Abitando in provincia e avendo scelto il luogo dei festeggiamenti poco prima di metterci alla guida, decidiamo di telefonare (mia era la voce parlante) e prenotare un tavolo per sette persone. Fin qui tutto normale.

Arriviamo in questa pizzeria e, nonostante la prenotazione e l’abbondante preavviso, il nostro tavolo non era ancora stato assegnato. A locale occupato per meno della metà, abbiamo aspettato che ci apparecchiassero. Fin qui tutto normale: una distrazione, un’occhiata sbadata all’orologio e tutto viene ritardato. Succede.

Salto i commenti sulla pizza e sugli antipasti – questi sono frutto di pareri, e quindi gusti, personali – e arrivo al dunque. La pizza non mi è piaciuta. Per chi non lo sapesse, a Trapani c’è un’antica tradizione relativa alla pizza, anzi è proprio una cultura particolare. Avete mai visto che forma ha una pizza trapanese, ad esempio?

Dopo gli auguri e i brindisi, una volta tornata a casa, decido di lasciare una recensione su TripAdvisor. Qualche giorno dopo, ricevo una chiamata dalla fidanzata del festeggiato che mi chiede gentilmente di modificare o eliminare la recensione.

Il festeggiato e uno dei titolari della pizzeria sono amici, cosa che non sapevo e che ho scoperto al momento della telefonata. Tuttavia, anche se avessi saputo di questa situazione, vi assicuro che la mia recensione non sarebbe cambiata di una virgola.

Per dovere di trasparenza, per sfogo personale e per farvene testimonianza, vi lascio di seguito la recensione (che poi ho rimosso) e il testo dell’email che ho deciso di mandare ai gestori della pizzeria. Email che, in perfetto stile “scomodiamo l’amico così ci facciamo belli su TripAdvisor“, non ha ancora ricevuto risposta. (Leggi qui l’aggiornamento)

Recensione TripAdvisor

L’email recita:

Salve,

sono Paola Leo, la ragazza che ha lasciato la recensione su TripAdvisor e che, su “decisa” richiesta di un amico, ha deciso di rimuoverla.

Personalmente ritengo che il web, i social media e i network siano abili strumenti talvolta capitati miseramente in mani sbagliate.

La mia personale, sottolineo personale, recensione – riguardante quindi me medesima, senza forzature alcune, senza telefonate o pistole alla tempia – è stata puro oggetto della mia esperienza nella vostra pizzeria. Esprime, dunque, un giudizio soggettivo e, buon dio, opinabile. Lo strumento TripAdvisor, meravigliosa miniera d’oro di ristoratori e non solo, consente un’azione di risposta alle recensioni – più o meno giuste/ingiuste – che vengono raccolte sulla pagina dell’attività registrata.

Farsi belli per recensioni bonarie o gioire di primati raggiunti ha senso solo se dello “strumento TripAdvisor” si accettano tutte le funzioni e le possibilità offerte.

Ricevere una chiamata da un amico, vistosi additare come colpevole/complice di una recensione considerata negativa (che poi negativa non era affatto), è quanto di più triste poteva accadermi dopo una serata trascorsa in allegria per festeggiare un compleanno.

Il giudizio espresso poteva essere corrisposto direttamente sulla piattaforma TripAdvisor. L’aver scomodato una persona è errato ed arrogante, fortuna per voi che almeno è stata scomodata la persona giusta. Un amico, per me.

Io ritornerò di certo nella vostra pizzeria, sebbene la pizza – e ci tengo a sottolinearlo – non sia la migliore di Trapani (né si avvicina lontanamente), con la speranza nel cuore di veder germogliare quel seme di umiltà che in un’attività di ristorazione non guasta mai.

Perché ho cancellato la recensione? Perché me l’ha chiesto un amico. Lo rifarò? Credo mai più. 

Suggerimento: se siete aperti solo ai commenti positivi, agli elogi e agli encomi, cancellate la vostra attività da TripAdvisor, da Facebook, da ogni social. Oppure scomodate tutti gli amici e le conoscenze che avete. Sarà pure un duro lavoro, ma (a quanto pare) qualcuno lo fa.



AGGIORNAMENTO:
l’email ha ricevuto risposta (la mia è partita il 21 giugno, la loro è arrivata il 26). Si sono scusati. Sono dispiaciuti. Tutto era partito da una conversazione fra intimi, poi degenerata. Problema rientrato, ma la scottatura brucia.

Imagination is the key

La frase di Alan Kay pronunciata durante una riunione nel 1971 al Palo Alto Research Center della Xerox (“il miglior modo per predire il futuro è inventarlo“) è diventata ormai arcinota. I social, complice anche la figura (e la biografia) di Steve Jobs, ne hanno solo aumentato la popolarità.

Un po’ meno nota ma altrettanto importante è la frase, riportata anche in molti libri di storia (e forse per questo è meno nota), di Henry Fordse avessi chiesto alle persone cosa volevano, avrebbero detto un cavallo più veloce“.

Veniamo al dunque. Pochi giorni fa al Master in Social Media Marketing, durante una lezione di Simone Tornabene, è venuto fuori un punto di vista interessante pur nella sua semplicità: ad uccidere la Nokia non è stata un’azienda di telefonia, ma un’azienda produttrice di computer (la Apple). Si parlava (Simone parlava) dei modelli di orientamento delle aziende.

Esistono aziende orientate al prodotto. È il caso delle aziende che si identificano con il prodotto che fanno, ovvero il maggior numero di aziende in Italia. Il profitto, per le aziende di quest’orientamento, è solo una conseguenza del prodotto che commercializzano.

Ci sono poi le aziende orientate al profitto, unicamente al profitto. È il caso di multinazionali che non hanno un focus di prodotto (al massimo ne hanno uno di mercato) e che vengono guidate dal profitto stesso: se oggi il profitto si fa vendendo birre, vendono birra, se domani si fa vendendo detersivi, venderanno detersivi.

Un altro tipo di aziende (al mio via gridiamo tutti: Appleee!) sono quelle di finalità o di purpose. Queste producono qualcosa (ovviamente!), ne traggono profitto (ovviamente!), ma hanno una finalità specifica come cambiare il mondo/migliorarlo/rappresentare un’alternativa/ecc (via!!!).

orientamento delle aziende

Come te nessuno mai. Tornando alla Nokia, ad Alan Kay e a Henry Ford… la forza e l’immortalità di certe intuizioni sono frutto di menti brillanti che hanno saputo inventare il futuro. Il senso del why (il perché un’azienda fa qualcosa, vende quel prodotto) delle aziende è quello che le mette al sicuro nel mercato e quindi nei cuori/nelle menti/nelle case della gente.

Inventare un bisogno (a voi serviva un tablet prima che fosse inventato?), sfruttare un bisogno (cavalli più veloci), aiutare le persone che hanno bisogno (la digital health, ad esempio, sta registrando una crescita straordinaria in tutto il mondo) sono tutti tasselli che concorrono a costruire la mission e la ragion d’essere di un’azienda, ma a rendere magica un’azienda agli occhi dei clienti è la capacità che ha (o che ha avuto) di immaginarsi nelle loro vite.

Ecco alcune mission di brand noti:

  • Ferrari – «costruire vetture sportive uniche, destinate a rappresentare, in pista come sulle strade, l’automobile italiana d’alta scuola. Simbolo di eccellenza e di sportività, Ferrari non ha bisogno di presentazioni»
  • Wal-Mart – «Dare alla gente comune la possibilità di acquistare le stesse cose dei ricchi (“To give ordinary folk the chance to buy the same thing as rich people.”
  • Walt Disney – «Rendere felici le persone (“To make people happy”)»

Small enough to be big, San Marino all’Expo

Sono stata all’Expo e, prima di annoiarvi con foto, racconti e mie impressioni personali, ho deciso di condividere uno dei punti di forza della manifestazione: la fantasia.

Fantasia intesa come estro, capacità di creazione, genio. Non solo nelle modalità di interpretazione (o stravolgimento, in certi casi) del tema affidato (Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, per molti sinonimo di Cibo Aggratis), ma anche nel declinare aspetti comunicativi che riassumono e centrano le caratteristiche di ogni singolo paese.

A tal proposito, proprio oggi (e quindi a visita milanese passata e conclusa) ho beccato su Facebook il payoff della Repubblica di San Marino in occasione dell’Expo. Enjoy!

Expo

Non c’è neanche tempo di soffermarsi sul logo (è un logo, vero?!?), tutto è fagocitato dalla potenza comunicativa della frase scelta per sintetizzare storia e cultura di impresa di San Marino, un territorio di appena 61 km quadrati con un elevato standard qualitativo di filiere e produzioni.

Se volete visitare il Padiglione di San Marino, sappiate che è inserito nel Cluster del Bio-Mediterraneo, zona centrale nord, vicino al Palazzo Italia e all’Albero della Vita, per intenderci.


Margine:

Assentarsi da un blog personale per troppo tempo non è un consiglio che mi sentirei di dare a chi sta o vuole stare nell’infosfera, nella blogosfera (che termine antiko!) o nell’Internet in generale. Una serie di motivazioni non meglio specificate, tra cui la visita all’Expo (di cui parlerò in un altro momento), mi ha tenuta distante, tutto qui.

Sorridi, sono le emoji!

Sono già passate diverse settimane da quando Whatsapp e altri servizi di messaggistica hanno introdotto e integrato nuove emoji. Nulla di veramente nuovo e sconvolgente, giusto l’aggiunta di altri colori della pelle, nuclei familiari con tutte le combinazioni (mamma-mamma-figlio, mamma-papà-figlio, papà-papà-figlio, ecc) e poco altro.

Per certi versi è un tentativo di uniformarsi e di agire politically correct. Un po’ di sana fuffa, insomma.

Pochi giorni fa, però, la svolta: ho notato l’uso delle emoji nell’oggetto delle email ✉️.

Emoji nelle email

Mi è sembrata una mossa azzeccata. Della serie: abbiamo questa miriade di roba colorata ? Bene, troviamo un modo per usarla che sia divertente e quanto più prossimo all’utilità. 👍

Nell’esempio che ho riportato su (mannaggia a me e a quando cancello email 😱 ne avevo anche delle altre), la Ryanair utilizza l’emoji🏊(nuotatore, suppongo), sebbene si tratti di una compagnia aerea ✈️, per invogliarmi a scegliere una meta di mare per le vacanze estive (😬).

Ok, niente di così innovativo da scriverne un ebook, però, vista la mole abnorme di email che riceviamo tra newsletter, dem, promozioni, offerte-speciali-solo-per-me, spam, pubblicità varie, poste e banche che chiedono le mie credenziali💰(tzè), catene-che-se-non-le-fai-poi-avrai-sfiga-eterna (io perlomeno le ricevo ancora), l’introduzione di un elemento di rottura, anche solo perché colorato, all’interno di una stringa di testo che dovrebbe attrarre e invogliare ad aprire l’email, ma che in realtà infastidisce, secca e genera il cestinamento immediato 🚮, mi sembra sia una pratica da accogliere con il sorriso. 😄


Tips: le emoji le ho prese da qui.

I social network fanno bene fanno male

Quello che è accaduto sabato scorso in Nepal è una vera catastrofe. Leggevo proprio poco fa di oltre 4500 morti rinvenuti, una conta destinata solo a crescere, con ancora tanti dispersi.

Si temono 10 mila morti, un numero terrificante. In questa tragedia, oltre a tante mobilitazioni di governi e organizzazioni umanitarie, stanno giocando un ruolo fondamentale anche i social network e la rete tutta.

Google person finder (già utilizzato nel 2010 per il terremoto di Haiti e nel 2013 durante l’attentato di Boston) è un portale in cui si possono cercare informazioni sui dispersi o aggiungere notizie sullo stato di una persona.

A proposito di mobilitazioni, Apple ha lanciato una raccolta fondi tramite iTunes e grazie a Viber, invece, le chiamate internazionali sono gratis da e per le linee nepalesi.

Facebook ha attivato la funzione Safety check: chi si trova nell’area interessata può comunicare a tutti gli amici il suo stato. Rispondendo alla domanda “Stai bene?” in automatico tutti gli amici del contatto riceveranno una notifica e saranno informati sulle sue condizioni.

Il payoff “Connecting People” della Nokia vi dice niente?

Non è certo così che i morti diminuiranno e non è certo così che le catastrofi e le sciagure saranno evitate, ma ritengo sia un modo intelligente di usufruire di enormi banche dati e della tempestività con cui si agisce in rete e sui social.

Ne ho già accennato su Twitter, ma voglio parlarne ancora. Di sapientoni con la tastiera ne è piena la rete, però, sapere che questi si annidano anche tra i miei amici di Facebook, mi infastidisce. Domenica sera ho ricevuto una notifica da un mio amico di Facebook che tramite Safety check mi ha messo al corrente delle sue condizioni.

 Safety check Facebook

Mi sono ritrovata sul News Feed questo messaggio “XXXX marked himself safe during Nepal Earthquake” (sì, ho Facebook in inglese, così gli aggiornamenti e le novità arrivano prima). Poi il perché la notifica sia arrivata in italiano non saprei spiegarlo. E non servirebbe nemmeno.

Ho beccato un cazzone tra i miei amici (sul profilo di quest’ultimo poi sono piovuti risate e apprezzamenti) e ho deciso di cancellarlo.

Critica, satira, ironia, jesuischarlie: io accetto tutto. Poi però riscopro i limiti della decenza, rifletto sulle tragedie, passo una mano sulla coscienza e l’altra sul trackpad del Mac. Da lì a ad unfriend è un attimo.